I tarocchi sono da sempre nella mia vita. Quando mi chiedono come mi sono approcciata
all'esoterismo racconto della mia famiglia magica, delle favole nella fondazione del mio
lignaggio, di cognomi che, nel mio paese di nascita, portano con sé storie di aiuto e di
figure importanti per la comunità. L'ultima vera "strega" è morta l'anno scorso e noi tutti,
figli e nipoti, portiamo avanti a pezzetti le sue conoscenze. Così, cinque anni fa, mi è stato
regalato il mio primo mazzo, che apparteneva prima a mio zio, che apparteneva prima a sua madre.
Studiare le carte non è una questione di memoria né di somme di significati: è una questione
di intuito e di affidamento. Tutti possono farlo, l'importante è non aprire un libro per
studiarlo: il segreto è aprire le persone. Studiare a "carte scoperte", iniziare facendo domande
di cui si sa già la risposta, a persone care; e così sentire, più che capire, il significato
profondo e personale di ogni carta.
Di questa arte amo proprio la connessione che si crea con l'altro: non si fanno convenevoli
e si lasciano le maschere altrove. Non c'è vergogna, solo ascolto e fragilità. Amo profondamente
il modo in cui, per dieci, venti, sessanta minuti, ci si relaziona intensamente senza ostacoli.
E amo profondamente i discorsi e i temi che si affrontano, che non sono mai banali perché veri
e, infine, umani.
Ho lavorato in tantissimi luoghi diversi: festival, mercatini, librerie, cinema, case private, spazi culturali e tavoli improvvisati. Ogni posto ha lasciato una piccola storia.